Taranis e le sette streghe

 

TARANIS E LE SETTE STREGHE

di Roberto Pennacchia


Leggi il Capitolo 1

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Estratto dal romanzo “Taranis e le sette streghe”. Tutti i diritti riservati.


Capitolo I – “Ferentum”

Ferentum, l’antica città dei Ciclopi, sorgeva su un’altura che dominava la verde valle del Sacco. Era una città antica e gloriosa, che aveva resistito a Roma e ai Volsci, ed era stata scelta da Papa Innocenzo III come capoluogo della Regione Campagna e Marittima. Ricca di arte e storia, chiese e palazzi, fonti e giardini, era una città amata dai santi e dagli imperatori, che vi si recavano per pregare e per governare.

La leggenda narra che le sue mura megalitiche erano state costruite dai Ciclopi, i giganti figli del cielo, che avevano sollevato enormi massi di pietra e li avevano incastrati senza malta, cingendo la città a difesa dai nemici e dai pericoli. Si aprivano in quattro porte, ognuna corrispondente a un quartiere: San Pietro, San Valentino, Santo Stefano e San Paolo.

Ferentum era una città viva e fiorente, dove si intrecciavano storie di amore e di guerra, di magia e di fede, di onore e di tradimento. Una di queste storie era quella di Taranis, il mago bianco, e delle sette streghe, le seguaci della dea pagana Atena.

Taranis era un giovane studioso di alchimia, astrologia e rituali ancestrali, che viveva in una torre isolata fuori dalla città. La torre, chiamata Colle Silvi, era un luogo di luce e ombra, di vita e morte, di sacro e profano dove Taranis custodiva i segreti della storia, della natura e dell’anima collegandosi con le forze invisibili che regolavano il destino degli uomini; era alta e slanciata, innalzandosi verso il cielo ma ben ancorata a terra.

Nel 1183 i Conti De Andreis, una famiglia di nobili guerrieri fedeli alla Chiesa e all’Impero, edificarono questa maestosa costruzione. Essa era il simbolo del loro potere e della loro gloria, ma anche della loro caducità e della loro colpa. La costruzione era testimone delle loro imprese e delle loro sventure, delle loro alleanze e delle loro rivalità, delle loro virtù e dei loro peccati.

Ma non era solo questo: era anche una porta verso un altro mondo, un mondo nascosto e misterioso, l’unione tra Cielo e Terra dove si celavano le verità più profonde e le meraviglie più grandi; solo chi era degno e coraggioso, chi sapeva cercare e trovare, chi sapeva amare e soffrire, poteva aprirla. E chi la apriva, entrava nella vera anima spirituale della città di Ferentum, dove si erano incontrati i papi, gli imperatori e i santi, dove si erano scritti i libri, le leggi e i miracoli, dove si erano compiuti i sogni, le speranze e le visioni.

Una fredda mattina d’autunno, alcuni commercianti di passaggio trovarono Taranis mentre vagabondava senza meta e senza memoria. Lo rifocillarono e lo curarono dalle ferite, poi lo lasciarono nelle mani di alcuni contadini che lo assistettero con cura e gentilezza. Si riprese lentamente e, non appena fu in grado di camminare, iniziò a girovagare per il paese come un’ombra, suscitando curiosità e timore negli abitanti.

Nessuno conosceva la sua origine o le sue intenzioni. Taranis era un enigma, un silenzioso osservatore che preferiva ascoltare piuttosto che parlare: non un semplice vagabondo come tutti pensavano, ma un custode di segreti sorprendenti celati nel profondo della sua anima.

Un giorno, mentre si aggirava per le strade, Taranis incrociò lo sguardo di un uomo anziano che lo fissava con intensità. Era Fabricius, il vecchio proprietario della torre, che da anni viveva in solitudine tra le sue mura. Fabricius riconobbe in Taranis qualcosa di familiare, una scintilla che lo colpì nel profondo; si avvicinò a lui e gli disse:

«Vieni con me, ho qualcosa da mostrarti».

Taranis, incuriosito, lo seguì senza esitare. Fabricius lo condusse nella torre e lo portò in una stanza segreta, nascosta dietro una libreria. Lì, gli mostrò un antico libro di cuoio con le pagine ingiallite e usurate dal tempo. Fabricius disse a Taranis:

«In questo libro sono racchiusi i simboli dei sette elementi, i doni dei primi re di questo regno».

«Solo chi ha sangue reale può decifrare i testi e comprendere il loro significato e tu, Taranis, ne sono certo, sei l’ultimo erede di quella stirpe. Io sono il tuo fedele servitore e ho aspettato per anni il tuo ritorno. Ora, devi riprendere in mano il tuo destino».

Taranis rimase sbalordito da quelle parole, e sentì una strana sensazione nel suo cuore. Forse in quella torre avrebbe trovato le risposte che cercava, forse in Fabricius avrebbe trovato un amico.

Taranis aprì il libro, si sedette e con cura iniziò a sfogliare le pagine. Un brivido percorse tutto il suo corpo: le parole che dapprima sembravano indecifrabili, lentamente davanti ai suoi occhi cominciarono a trasformarsi. Stupito e meravigliato di tale magia, iniziò a leggerlo.

Il libro descriveva in ogni minimo particolare una battaglia avvenuta secoli prima tra un potente mago di nome Balthazar e un misterioso Mago Nero, il cui nome non era mai menzionato, quasi a volerlo dimenticare per sempre.

Tra le decine di pagine, alcune lo colpirono particolarmente: in ognuna di esse erano raffigurati sette amuleti magici, incastonati con cristalli. Ogni amuleto rappresentava un elemento: aria, terra, acqua, fuoco, luce, vita e morte. La descrizione riguardava i sette elementi e le loro pietre simboliche. Ogni elemento aveva una forma, un colore, una frase e una pietra che ne esprimevano il significato.

Aria: Un cerchio con quattro linee che si dipartivano da esso rappresentava l’aria, il respiro della vita, il soffio del vento, la voce del cielo. L’opale, una pietra trasparente e leggera che fluttuava nell’aria, era il simbolo della libertà, della comunicazione e della creatività.

Terra: Un quadrato con quattro punti che lo circondavano rappresentava la terra, la madre di tutte le cose, il sostegno del mondo, la forza della natura. L’ambra, una pietra solida e pesante che emanava un calore rassicurante, era il simbolo della stabilità, della protezione e della guarigione.

Acqua: Un triangolo con una goccia al suo interno rappresentava l’acqua, la fonte della vita, il flusso del fiume, la profondità del mare. L’acquamarina, una pietra lucente e fluida che rifletteva la luce come l’acqua, era il simbolo della purezza, dell’emozione e della saggezza.

Fuoco: Un rombo con una fiamma al suo centro rappresentava il fuoco, il calore della vita, il bagliore del sole, la passione del cuore. Il rubino, una pietra ardente e scintillante che sprigionava un’energia intensa, era il simbolo del coraggio, dell’amore e del potere.

Luce: Una stella con otto raggi che la irradiavano rappresentava la luce, la guida della vita, il lampo della mente, la speranza dell’anima. Il cristallo di rocca, una pietra luminosa e splendente che irradiava una luce bianca, era il simbolo della chiarezza, della verità e della perfezione.

Vita: Un albero con le radici e i rami che si intrecciavano rappresentava la vita, il dono della vita, il ciclo della natura, la diversità del creato. Lo smeraldo, una pietra verde e vivace che trasmetteva una sensazione di vitalità, era il simbolo della crescita, della fertilità e dell’armonia.

Morte: Un teschio avvolto da un cappuccio nero rappresentava la morte, la fine della vita, il destino di tutti, il mistero dell’aldilà. L’onice, una pietra nera e silenziosa che assorbiva la luce come la notte, era il simbolo del cambiamento, della trasformazione e del rinnovamento.

Taranis rimase affascinato da quelle pagine, e percepì una strana connessione con i sette elementi. Sebbene non riuscisse a comprenderne il vero significato, ripose il libro e, pensieroso, riprese le sue faccende quotidiane.

Un giorno, mentre vagava per il bosco, Taranis incappò in una volpe intrappolata. Con un gesto cauto e deciso liberò l’animale dalla morsa di ferro; poi, con un tocco leggero, sfiorò la ferita della volpe, che si rimarginò in un istante. Questo gesto, così naturale eppure così straordinario, lo lasciò spaventato e perplesso. La paura si insinuò nel suo corpo e la sua mente fu invasa da una miriade di domande. Ma una risuonava più forte delle altre:

«Chi sono?»

La volpe, incredula e grata, si avvicinò a Taranis e gli leccò la mano in segno di gratitudine. In quel momento, Taranis percepì una strana sensazione, come se una forza invisibile gli scorresse nelle vene. Aveva il potere di guarire le ferite con la sola forza della sua volontà, ma non sapeva come avesse acquisito tale potere, né da dove provenisse.

La sua mente era ancora avvolta da una fitta nebbia, che ogni tanto si diradava per mostrargli dei frammenti del suo passato. Ricordi di una vita diversa, di un amore perduto, di un destino ancora da scoprire.

“Magus Albus habita in turri Colle Silvi”, questa era la risposta che i paesani davano ai viaggiatori che cercavano Taranis, sempre più numerosi e affascinati dalla sua fama. La notizia delle sue imprese si era diffusa in tutta la regione, e molti venivano a chiedergli aiuto, consiglio, benedizione. Con il passare degli anni, Taranis divenne per tutti il mago bianco esperto di alchimia, astrologia ed occultismo che si dedicava alla ricerca della verità e della saggezza.

Fabricius, il suo fedele amico e mentore, lo accompagnò in molte delle sue avventure, e fu lui a insegnargli i segreti dei sette elementi e della storia del regno. Taranis gli era profondamente grato e lo considerava come un padre. Ma il tempo non perdona nessuno: Fabricius iniziò a sentire il peso degli anni sulle sue spalle; la sua salute si indebolì, e le sue forze si affievolirono. Taranis fece di tutto per curarlo e confortarlo, consapevole che il momento del distacco si avvicinava.

Una notte, Fabricius lo chiamò al suo capezzale e gli disse:
«Taranis, figlio mio, il tempo per me è giunto. Non temere, sono pronto a partire. Ho vissuto una vita piena e felice, ti ho visto crescere e diventare un grande uomo, un grande mago, un grande re. Sono fiero di te e ti voglio bene. Ora, devi continuare il tuo cammino e portare la luce in questo mondo. Ricorda sempre chi sei e da dove vieni, ricorda sempre i sette elementi e il loro significato, ricorda me e il nostro legame. Addio, Taranis, che gli dei ti proteggano. Ti lascio in eredità la Torre, fanne buon uso».

Detto questo, chiuse gli occhi e spirò dolcemente.

Taranis sentì il suo cuore spezzarsi, le lacrime gli rigarono il viso, abbracciò il corpo senza vita del suo mentore e gli sussurrò:
«Addio, Fabricius, sei stato il mio maestro, il mio amico, e un padre; ti sarò sempre grato e ti porterò sempre nel mio cuore. Che tu possa riposare in pace, e che gli dei ti accolgano nel loro regno, ti voglio bene».

Poi si alzò e uscì dalla stanza, lasciando Fabricius nella sua ultima dimora. Taranis si sentiva solo e triste, ma anche forte e determinato. Sapeva che Fabricius avrebbe voluto che lui andasse avanti, che onorasse la sua memoria. L’indomani mattina, dopo avergli dato degna sepoltura, iniziò a programmare la sua partenza: aveva ancora molto da scoprire, da imparare, da fare e il suo destino era tutto da compiere.

Nel tempo trascorso a Ferentum, Taranis aveva imparato ad usare la sua magia per aiutare gli altri, per guarire le ferite, per proteggere i deboli, per combattere il male, diventando un maestro e un mentore per molti discepoli, che lo ammiravano e lo rispettavano.

Nella torre, grazie alla biblioteca di Fabricius, insegnava ai suoi allievi i segreti della magia, della natura e della vita. Amava anche viaggiare per esplorare il mondo e scoprire i suoi misteri ma c’era un posto che non riusciva a esplorare: la sua mente, ancora avvolta nella nebbia.

Non ricordava nulla della sua vita precedente, prima di arrivare alla torre Colle Silvi. Non sapeva chi fosse, da dove venisse, perché avesse quei poteri. La sua mente era come un libro chiuso, solo ogni tanto si apriva per mostrargli delle immagini sfocate e confuse. Vedeva allora il volto di una donna, bella e dolce, che lo guardava con amore; sentiva la sua voce, sussurrava il suo nome ma non riusciva a capire chi fosse, né dove fosse. Magari era morta, o magari era lontana. Chissà se era solo sogno o realtà.

Taranis all’epoca dei fatti aveva circa quarant’anni, una folta barba brizzolata gli copriva il volto, donandogli un’aria venerabile e saggia; era solito indossare una tunica azzurra, come il cielo e l’acqua, e un mantello bianco, come la purezza e la luce.

Spesso la figura di Taranis si stagliava contro l’orizzonte, un solitario viandante in cerca di risposte. Forse era un mago, un custode di antichi segreti, o forse solo un uomo smarrito nel labirinto della vita. Le sue cicatrici raccontavano storie di avventure passate, di amori perduti e di sogni infranti. Ma i suoi occhi, profondi come pozzi senza fondo, nascondevano ancora un bagliore di speranza.

E così, mentre il vento sussurrava antiche melodie tra le foglie degli alberi e la luna si specchiava nei suoi occhi, Taranis proseguiva il suo viaggio. Probabilmente un giorno avrebbe trovato le risposte che cercava, o forse sarebbe scomparso nel nulla, come una leggenda dimenticata. Ma fino ad allora, avrebbe continuato a camminare, a scrutare l’orizzonte e a cercare la verità nel cuore delle stelle.

Taranis portava sempre con sé un bastone di castagno bianco, intagliato con simboli e rune, che gli serviva per canalizzare la sua energia e per compiere i suoi incantesimi. Era un Mago Bianco, aveva un forte legame con la natura e con gli animali che lo consideravano un amico e un alleato, e lo aiutavano nei momenti difficili; difatti la volpe che aveva salvato era diventata la sua compagna fedele, e lo seguiva ovunque andasse.

“Magus Albus” non era solo un mago, era anche un iniziato, un conoscitore dei misteri dell’esistenza. Aveva percorso il sentiero della trasformazione interiore, superato le prove e le tentazioni, purificato il suo cuore e la sua mente, elevato il suo spirito e la sua coscienza. Aveva scoperto i segreti dell’alchimia, la scienza che trasmuta il piombo in oro, il corpo in luce, l’essere in divino; appreso i principi dell’astrologia, la scienza che interpreta il linguaggio delle stelle, il destino degli uomini, la volontà degli dei.

Studiò l’esoterismo, la scienza che svela il significato nascosto delle cose, il simbolismo delle forme, la saggezza delle tradizioni; era anche un filosofo, un poeta, un visionario. La sua visione del mondo era ampia e profonda, abbracciava la natura e la cultura, la ragione e la fede, la scienza e l’arte. Uomo pacifico e armonioso, ma anche giusto e coraggioso, non esitava a difendere i valori in cui credeva, a lottare contro le forze oscure, a sacrificare se stesso per il bene comune.

Durante un suo viaggio in Tibet, oltre i confini noti, Taranis incontrò un gruppo di giganti: erano monaci e mistici, famosi per la loro imponente statura e la loro saggezza ancestrale. Essi custodivano un monastero nascosto agli occhi e agli sguardi indiscreti la cui conoscenza era riservata solo a pochi eletti.

Questi monaci non erano solo semplici guardiani, erano anche custodi di antiche verità: sfruttavano l’energia delle montagne grazie a una forza mistica che scorreva nel loro sangue come un fluido divino. Così, essi riuscivano a plasmare il destino stesso, dedicando la loro esistenza alla protezione dei segreti della conoscenza dell’universo.

Il monastero racchiudeva anche una biblioteca antichissima, un santuario di saggezza composto da innumerevoli libri religiosi ed esoterici. Questi testi, scritti in lingue perdute nel tempo, custodivano formule magiche, incantesimi, rituali e preghiere, utilizzabili per scopi divinatori, curativi o protettivi.

L’accesso a questa fonte di sapere era riservato solo a coloro che dimostravano di avere una mente aperta e un cuore puro, pronti ad accogliere le verità nascoste del mondo. Tra gli innumerevoli libri della biblioteca, uno in particolare catturò l’attenzione di Taranis. Il titolo era insolito e misterioso: “η πέτρα που ήρθε από τον ουρανό”, “la pietra venuta dal cielo”. Si trattava di un antico manoscritto di astronomia, vergato in greco antico. Spinto da un’insaziabile curiosità, Taranis iniziò a leggerlo.

Tra le pagine ingiallite dal tempo e nascosta tra decine di formule astrali, scoprì una formula che descriveva qualcosa di completamente diverso dalle stelle. In quel momento, il suo cuore sembrò fermarsi. I suoi occhi iniziarono a brillare di un’intensità mai vista prima: quello che stava leggendo era la “balena bianca” di tutti gli alchimisti, la formula per creare la pietra filosofale!

Questa formula, nascosta intenzionalmente da un misterioso alchimista secoli prima, era in grado di creare la pietra filosofale, capace di trasmutare i metalli e di guarire le ferite.

Taranis si ritrovò a fissare la formula, i suoi occhi riflettevano la luce delle candele che illuminavano la stanza. Sentì un’ondata di emozioni travolgerlo: era come se avesse appena scoperto un tesoro nascosto, un segreto che era stato custodito per secoli.

Con la pietra filosofale avrebbe avuto il potere di cambiare il mondo. Ma laddove vi è un grande potere vi è anche un grande onere. Taranis sapeva di dover usare questo dono con saggezza; e così, con la formula in mano e un nuovo scopo nella vita, ritornò nella sua amata Torre, pronto a usare il suo nuovo potere per il bene dell’umanità.

Dopo quasi tre anni di studio incessante e sperimentazioni Taranis divenne un maestro nell’arte dell’alchimia. Ogni sua azione e scelta erano il riflesso della sua continua ricerca della verità. Il sole divenne il suo simbolo, rappresentazione della luce, della vita, della conoscenza; aveva la capacità di vedere oltre le apparenze, di cogliere il senso profondo delle cose, e lo esprimeva attraverso parole e opere.